Clarence

Due anni fa ho registrato in sala d’incisione questo strano disco, assieme a Francesco Bancalari, pianista. Se mi chiedete cos’è CLARENCE, vi potrei rispondere che CLARENCE è una sperimentazione, un’esplorazione, un disco autunnale da ascoltare (come c’è scritto nel libretto) da soli, magari in cuffia, sorseggiando una tazza di té.

Un giorno al Piccolo di Milano durante una lezione di educazione della voce, l’insegnante ci chiese di recitare qualcosa e poi, subito dopo, di cantare una canzone. Come tutti gli altri feci anch’io l’esercizio. Recitai un pezzo del “Riccardo II” di Shakespeare e poi canticchiai una canzone. L’insegnate mi fece notare che “stranamente” le due cose sembravano proseguire l’una dentro l’altra, senza interruzione del pensiero. Mi disse che sembrava proprio che fosse Riccardo II a cantare quella canzone. Io non ci avevo minimamente pensato prima. Era accaduto d’istinto. Nell’autunno nel 2015, in previsione di alcuni spettacoli che stavo organizzando per l’estate successiva, ho prodotto CLARENCE.

Clarence è un personaggio del “Riccardo III”. È il fratello di Riccardo. Studiai quel personaggio al secondo anno di scuola e mi segnò moltissimo.  Divenne per me una specie di ossessione. C’erano in lui tutti i miei desideri, e le mie frustrazioni. C’erano i miei sogni più luminosi e i miei più orrendi incubi. Mi chiesi a un certo punto se mi avessero dato da studiare quel personaggio proprio perché veniva ammazzato, e perché doveva confrontarsi con l’idea di venir ammazzato, solo pochi minuti prima. C’è in Clarence un grande senso di colpa, c’è in lui la disperazione, ma c’è anche in lui una certa gentilezza verso la vita, una luminosa gratitudine. Ed erano tutte cose mie, allora. E infondo anche adesso.

Da adolescente avevo scritto un pezzo. Si chiamava “L’anima mia”. Non so se agli altri piace, al pubblico. Ma ogni volta che lo riascolto, a me piace moltissimo, nel senso che mi rappresenta completamente. Credo che si potrebbe addirittura usare come epitaffio sulla mia tomba. Io mi porto addosso una strana, autunnale, gioiosa malinconia. Ogni volta che me la godo, mi sembra di godermela troppo, di non essere onesto con me stesso. Ho sempre pensato che la felicità fosse molto pesante da sostenere. A me piaceva (e mi piace ancora!) passeggiare nei parchi di Londra sotto la pioggia. Mi piace il pomeriggio senza luce. Mi piace ricordare i miei amici che non ci sono più e a cui ho voluto bene.

Questo è dentro CLARENCE.

E.