WILLY

Le prove di “Nudo, ovvero Sogno di una notte di mezza estate” (2014)

“Esplorare la vita attraverso Shakespeare; esplorare Shakespeare attraverso la vita”.

Arrivato a quarantacinque anni, con relativamente poco di realizzato e ancor meno da perdere, per metà libero e per metà prigioniero (ma prigioniero e carceriere son sempre io), mi guardo intorno e vi dico: il mondo non mi piace. Ora posso dirlo. Senza vergogna, senza paura di apparir gelido o, peggio ancora, moralista. Che colpa ne ho io se il mondo non mi piace? E perché mai devo vergognarmi a dichiararlo? Perché devo frenarmi , o farmi degli scrupoli? Oggi, mentre correvo non so più da quale parte, ho avuto il luminoso sospetto che sia la rabbia a tenermi in vita, persino l’odio. L’odio appollaiato dietro ai miei occhi che molti definiscono “profondi” e persino “sorridenti”. Sarà!

Mi piace il mondo creato da Dio, da Madre Natura, non quello forgiato dagli esseri umani, che è fatto di porte, sbarramenti, spigoli, ingranaggi, cerniere lampo, password, pin, pod.  Mi piacciono gli esseri umani, ma solo “nudi”, quando si rispettano gli uni con gli altri.

In questo casino boia che nulla ha da invidiare alla Roma degli shakespeariani drammi romani – “Tito Andronico”, “Giulio Cesare e “Coriolano” – la mia ira è un misto di idealismo, tristezza (per tutte le occasioni mancate) e un dispotico, bruciante e feroce sogno di vendetta. E uso non a caso il termine “sogno”, perché tanto so che il mio Super-Io civilizzato mi impedirà qualsiasi realizzazione di questo mio sogno. Non posso fare altro che chiudere gli occhi alla sera, e immaginare di aprire il fuoco sulla folla. E questo pensiero – lo ammetto: orrendo, disumano  – è il solo capace di rasserenarmi, l’unico che mi fa respirare, che mi fa dormire tranquillo. Adesso giudicatemi.

Vorrei avere potere di vita o di morte sugli esseri umani. Vorrei poter eliminare, cancellare dal volto della Terra, gli stupidi, i presuntuosi, gli ignoranti, i superbi, i prepotenti. Senza processo. Senza alcun appello. Senza chiacchiere. Tu commetti un torto nei confronti di qualcun altro, morale o fisico? E io ti elimino. Niente seconda possibilità. Il solo fatto che tu abbia concepito il torto dentro di te esclude la possibilità misericordiosa che tu possa, domani, ravvederti.  E perciò sei un fallimento, sei un danno, sei un pericolo. Devi essere punito. Non devi esistere.

Sei inutilmente ingombrante. Serve spazio per gli uomini intelligenti, quelli che si fanno domande, che sono gentili, che aiutano il prossimo. Tu, invece, non sei mai stato qui.

Ieri, mentre tornavo a casa in macchina, nel giro di dieci minuti ho incontrato ben quattro motorini contromano. Naturalmente contromano. È una cosa che mi fa infuriare. Trasgredire la legge con tale quotidiana naturalezza. Ho una domanda: perché io – che mi sforzo di osservare le leggi – devo faticare di più perché tu invece non lo fai? Perché devo essere costretto a stare più attento del dovuto, solo perché tu non ti vuoi abbassare ad essere civile? Secondo gli antichi Greci siamo animali sociali. Secondo me, i Greci erano più ottimisti ed ingenui del sottoscritto.  La prossima volta non starò attento. Svolterò alla mia curva e ti metterò sotto, e non sentirò alcun rimorso dentro di me, e mi rifiuterò di prestarti soccorso, e davanti al Giudice griderò “in galera non ci vado; non è colpa mia se quello aveva scelto di andare contromano!”

E guarda queste ultime elezioni! A sentir loro, ciascuno è vincitore! Ma se la logica è logica, qualcuno avrà pur perso! E perché c’è così tanta vergogna a dire “ho perso”? Perché dobbiamo sempre tutti vincere? E cosa vinceremo mai?  “Corriamo tutti verso la morte”, sentenzia il Duca in “Misura per misura” di Shakespeare.

Dio, che mondo! Tutti parlano di diritti, nessuno di doveri. Coriolano. Coriolano, lui capirebbe come mi sento, come mi sento spesso io…

Enrico Petronio

Willy per Gianluca Vialli

WILLY PER GIANLUCA VIALLI

“La tua voce è un tuono, ma il tuo sguardo è umile”
(Clarence da Riccardo III, I, 4)

Il mio rapporto con il calcio – non quello che si trova nel latte e nei formaggi – risale all’infanzia. Non me n’è mai importato assolutamente nulla. Non solo. Durante la ricreazione a scuola, preferendo di gran lunga giocare con le femmine che con i maschi – allora si potevano ancora fare distinzioni senza rischiare di incappare nelle cretine condanne del politically correct – quando poi mi toccava per forza di giocare a calcio, nell’ora di ginnastica, io ero la classica pippa, quello che quando si fanno le squadre viene scelto per ultimo. Anzi, neanche scelto, subìto. Rimane Enrico. Tocca prendersi Enrico. Umiliazioni a parte – nulla che non si possa sconfiggere con anni di terapia e di vomito – io ero quello che, nel campetto della scuola, mi agitavo facendo finta di prendere parte al gioco mentre in realtà facevo di tutto per rendermi invisibile, oppure ero quello che mettevano in porta e trascinavo così la squadra alla sconfitta.

Anni dopo, ormai maturo – maturo io? – quando ero allievo alla Scuola del Piccolo di Milano, i miei amici “maschi” decisero una domenica di organizzare una partita a pallone. Andai anch’io. E di mia spontanea volontà. Umiliazioni superate, volevo stare con i miei amici. Volevo imparare a non farne un dramma se ero una pippa a calcio. Volevo imparare a ridere di me stesso. E così fu. Nessuno si prese gioco di me. I questo gli attori sono di gran lunga superiori alla gente normale. Hanno l’ansia se la luce in scena non li rende bellissimi, ma dei goal gliene frega di meno. Comunque, trascinai la mia squadra alla sconfitta. O forse, a un certo puto del gioco, mi feci da parte. Ebbi io pietà di loro.

Sono l’anti-sport. Odio qualsiasi tipo di competizione. Tranne che con me stesso. Le mie viscere non tollerano l’idea di perdere. E nemmeno quella di vincere. Preferisco vivere in un mondo in cui non c’è nulla da vincere, l’arte, appunto. Ma non dico che sia giusto. Anche chi è allergico alla competizione deve farsi qualche domanda. Come chi è troppo competitivo. Perché sono allergico alla competizione? Perché non sopporto l’idea di perdere? O di vincere?

Quanto a Gianluca Vialli, non so nulla di calcio e quindi la mia opinione non è sportiva. Però so qualche cosa a proposito di esseri umani… e di occhi. E negli occhi di quest’uomo ho sempre visto qualcosa che altri non avevano e non hanno. Uno sprazzo di vita che buca. Un laser che lavora defilato e potentissimo. Una fragilità offerta a tutti che non è mai autocompiacimento o alibi. Altro non so. Ho comprato l’altro giorno il suo libro. Mi sono messo a leggere le storie di tutti questi sportivi, di tutti questi campioni, di tutti questi vincenti. Forse ho cominciato a dare più importanza al termine “vincere”. Forse mi fa meno schifo. Sapete una cosa? Queste pagine, questi racconti, trasudano una passione smisurata per ciò che si fa. Non raccontano di gente che voleva vincere per forza. Ma di gente che ha vinto per l’enorme passione, cocciuta, ostinata, cieca, selettiva, che poi li ha portati un giorno a vincere.

Non voglio adesso dire che da oggi mi metterò in testa di vincere qualcosa. Qualcosa ho vinto, sì, nella vita. Al ritiro per la Cresima, da ragazzo. Alla fine del campeggio ricevetti il premio “il ragazzo dalle pigne in testa”, una base di legno con due pigne incollate sopra. Risero tutti di me. Ancora.

In una sua intervista Gianluca Vialli parla del cancro non come di una “battaglia”, non come “qualcosa da sconfiggere”. “Meglio non farlo incazzare”, dice. Sì, mi piace quest’uomo. Che ha passione, che s’impegna, che rispetta il nemico.

Enrico Petronio

WRETCHED QUEEN / SVENTURATA REGINA

WRETCHED QUEEN

“Wretched Queen adieu!” (Hamlet,V,2)

To every fallen crown, to every useless piece of gold, to all dead objects without soul, to every trick which covers and smothers our true breath, to every kind of  boasted power we proclaim with scorn and narcissism, and to all sorts of false self-confidence and alibis and lies we tell ourselves, to every symbol of our fears, adieu! Let’s look very carefully at our useless titles, for they are all we are not, and that gives us the chance to make up with what we are, once for all.

SVENTURATA REGINA

“Sventurata Regina, addio!” (Amleto,V,2)

A tutte le corone cadute, a tutto l’oro inutile, a tutti gli oggetti morti e senza anima, a tutti i trucchi che mascherano e soffocano il vero respiro, a tutto il potere sbandierato con disprezzo e vanità, a tutte le false sicurezze e gli alibi e le bugie che raccontiamo a noi stessi, a tutte i simboli delle nostre paure, addio! Guardiamo bene la sterile inutilità dei nostri titoli, perché sono tutto ciò che non siamo; e sono l’occasione per riconciliarci con ciò che siamo una volta per tutte.

EP

 

 

 

AMLETO / HAMLET

AMLETO

Il 3 marzo scorso, quando questa cosa surreale del Coronavirus è cominciata, ho deciso di concentrare il mio lavoro sull’ Amleto. Ho sentito istintivamente che a quarantacinque anni non avrei avuto migliore occasione per capire quali intimi flussi si muovano dentro a quest’opera. I tempi che tutta l’umanità stava per vivere, con la loro tragicità, mi stavano dando la perfetta occasione per indagare, esplorare e comprendere Amleto. Il mio lavoro non è sempre divertente. A volte si tratta di rendere divertente, o meglio, interessante, ciò che è doloroso, ciò che non vorremmo affrontare. Si tratta di andare all’inferno, e uscirne fuori come una freccia scoccata dal profondo, ancora sporca del sangue infernale, ma già con tutta la luminosa potenza dell’idea che ci sia un riscatto dalla sofferenza, e che questo riscatto sia in cielo, nelle luminose profondità dell’universo.

HAMLET

On march 3rd, when this whole surreal thing about Coronavirus was just about to begin, I decided to concentrate my work on Hamlet. I instinctively felt that at the age of 45 I would have never had such an occasion again to really understand what intimate flows move underneath this piece of work. The time that all of the humanity was just about to live through, with the whole of its tragedy, was the perfect chance for me to investigate, and explore, and comprehend Hamlet. My job isn’t always funny. Sometimes it’s about turning what is painful, and what we don’t want to face, into fun, or – better said – turn it into something interesting. It’s about travelling straight to hell itself, and then exiting out of hell like an arrow which has been fired out of the depths, still dipped in blood, but bearing the bright potency of a supreme idea which says “yes, there is liberation from sufferings, and freedom is the sky”. Freedom dwells in the sparkling depths of the universe.

Enrico Petronio

IL TEMPO DELLA VERGINE, “IL TEMPO” PER LA VERGINE

Breve storia di Porzia ne Il mercante di Venezia di William Shakespeare. Porzia è una “dama”, è “bella”, “ha molto ereditato”, ed è rinchiusa nel Palazzo di Belmonte (Belmonte è un luogo immaginato da Shakespeare vicino a Venezia) prigioniera di una promessa fatta al padre sul letto di morte: ella sposerà solo colui che riuscirà a sciogliere l’enigma che si cela sotto la “lotteria” dei tre scrigni d’oro, d’argento e piombo. Porzia come la Sfinge, come la Sibilla. I più arroganti e vanesi pretendenti del mondo tentano l’impresa, ma nessuno riesce a scegliere giustamente, e così Porzia rimane in attesa che un giorno il proprio destino si compia. Prigioniera, nello Spazio e nel Tempo, delle stanze del suntuoso Palazzo. Poi, un giorno, finalmente, il prode e saggio Bassanio opera la scelta corretta – ovviamente lo scrigno da scegliere era lo quello di piombo, il più umile, il meno appariscente, e anche il più esigente – e Porzia viene vinta e può felicemente coronare il proprio sogno d’amore. Ma subito Bassanio riceve la notizia che il suo caro amico Antonio – il “Mercante” del titolo – si trova in grave difficoltà economiche e rischia persino di perdere la vita. Porzia lascia che il marito corra in soccorso dell’amico. Ma non solo. Indossati i panni e la maschera di un fantomatico Dottore in Legge, ella stessa si presenta a Venezia davanti al Doge, proprio un attimo prima che Antonio venga “giustiziato”, e lo salva, riuscendo lei e solo lei a trovare la falla nel contratto che a tutti appariva inattaccabile. Per sapere poi come va a finire fra lei e Bassanio, be’, dovete o leggere l’opera o andarla a vedere a teatro.

Scrivono gli astrologi a proposito di cosa significhi il Tempo per la Vergine, il segno che più coglie la caducità di tutte le cose e di tutti gli esseri viventi:

“La vera partita si gioca con il Tempo (…) Il Tempo, così inesorabile e condizionante, è il vero problema della conoscenza. È il Tempo che va conosciuto, misurato, curato, seguito, capito, smascherato nel suo inaccessibile segreto. Noi siamo il nostro tempo (…) Così, per difendersi e difendere le particolarità della vita amata con tutta se stessa, la Vergine cataloga, dispone con cura e attenzione meticolosa. Colleziona i mille frantumi della vita che va in frantumi (…) Il lavorio mentale della Vergine non ha fine (…) Forse il gioco ininterrotto della mente verginea è solo e davvero un gioco per far passare il tempo. (M.Pesatori, Astrologia per intellettuali)

“Mercurio è domiciliato in Vergine, è a casa propria, perché il pianeta del pensiero ben si sposa con il segno della logica e del ragionamento (…) Porta con se un insegnamento che si potrebbe intitolare ‘pensiero ordinato’ (…) Mettere in ordine le idee, dare giudizi più ponderati, analizzare più in profondità varie situazioni, prestare maggiore attenzione ai dettagli (…) senza improvvisazioni arrischiate (…) un ‘Grillo Parlante’ (…) atteggiamento rigoroso e prudente”. (Simon & the stars, Mercurio in Vergine, dal sito)

E così Porzia, in attesa di essere vinta, prigioniera nel Palazzo di Belmonte, spende il Tempo, lo riempie, lo occupa, lo solca, in pensante solitudine, in una macchinosa danza dei neuroni… e intanto cataloga i pretendenti uno dopo l’altro, con ironico ordine e mesta metodicità.

“Ti prego nominali ad uno ad uno, e dopo che avrai nominato ciascuno di loro, io lo descriverò… “ (I,2)

E – finalmente! – quando poi trova colui dal quale vorrebbe ardentemente farsi vincere – Bassanio! – ancora una volta Porzia parla del Tempo come di qualcosa che vorrebbe non finisse mai. Interessante come Porzia istintivamente desideri trattenere Bassanio, spaventata dall’idea che egli possa scegliere male e che quindi il piacere della sua compagnia possa anch’esso finire, morire…

“Parlo troppo, ma è per fare a pezzettini il Tempo,
per accrescerlo, per estenderlo in lunghezza,
per trattenervi dalla vostra scelta”.
(III,2)

Quando poi, più in là nel play, ella si riferisce all’amicizia fra il suo futuro marito, Bassanio, e il mercante Antonio, come definirà il sentimento di amicizia la nostra dama di Belmonte? Come un qualcosa che fa “spendere il Tempo assieme”…

“Fra amici
che conversano e spendono il Tempo assieme,
le cui anime sopportano eguale giogo d’amore,
ci dev’essere per forza la stessa proporzione
di lineamenti, di modi, e di spirito”.
(III,4)

“Di certo comunque ci vorrà un po’ di tempo e via via che il rapporto si andrà cementando non mancheranno critiche, rimbrotti, mugugni, frecciatine e un sottile, meraviglioso sorriso sotto i baffi… o sotto il rossetto!” (G.Sorgi, Io Vergine, tu Pesci)

La Sibilla ha dovuto aspettare prima di essere conquistata. Oppure, la Sibilla ha voluto aspettare prima di essere conquistata. Consciamente o inconsciamente, Porzia – che Shakespeare ha costruito secondo la personalità del segno della Vergine – ha speso il Tempo chiusa nel Palazzo di Belmonte dove i suoi pensieri hanno riempito la Spazio e fatto trascorrere il Tempo. Il Tempo ha generato i ragionamenti di Porzia, e i ragionamenti di Porzia hanno spinto avanti il Tempo. In una gara sofferta e desiderata allo stesso “tempo”. Ups! E anche da donna ormai “vinta”, il gioco non è finito. Ne comincia subito un altro! E più profondo ancora. Alla fine della commedia (ma quale “commedia?”), Porzia troverà ancora una ragione (e piuttosto importante) per dilatare maggiormente il Tempo: ancora un dettaglio da correggere, ancora un “rimbrotto” (come scrive Sorgi) da scagliare, una dolce “frecciatina”, proprio all’amato Bassanio, e non senza motivo. Nulla di tremendamente grave, ma importante sì. Quel qualcosa che faccia in modo che la vita non appaia mai perfetta del tutto, ma sempre perfettibile, sempre lavorabile, migliorabile, modellabile. Verso un’idea di ideale eternità.

E. Petronio

Rita Stocchi

“Fa’ attenzione alla musica”
(Il mercante di Venezia, V, 1)

Domenica prossima all’Auditorium Parco della Musica di Roma, in occasione del quarto appuntamento del progetto TO BE…SHAKESPEARE, appuntamento dedicato questa volta interamente al “misteriosissimo” personaggio di Mercuzio nel “Romeo & Giulietta”, avrò l’onore (e l’onere) di presentare il mio lavoro in collaborazione con Rita Stocchi.

Amica da tantissimi anni, con lei sono partito, tempo fa, per una missione speciale: indagare il rapporto fra Shakespeare e la musica.

Sono il risultato di un esperimento segreto condotto da un’università americana: a soli tre anni mi fu impiantato nel cervello (e nell’anima) uno speciale micro-jukebox che mi permette di (e mi condanna a…) ricordare tutte le canzonette che ascolto, alla radio, in tv o sui cd. Ma non solo. Sono in grado di selezionare testi e atmosfere così da poter poi associare i brani a qualsiasi situazione “drammatica”, anche, ad esempio, alle vite dei personaggi di Shakespeare.

Rita Stocchi, cantante lirica e amica, è anche lei, a sua volta, il risultato di un esperimento segreto condotto da un’università americana: a soli tre anni le fu impiantato nel cervello (e nell’anima) il potere non solo di cantare meravigliosamente ma di scavalcare (forse addirittura ignorarli) tutti gli umani pregiudizi, anche i più seri, quelli ormai socialmente accettati e radicati, fastidiosissime barriere che noi per primi ergiamo fra il nostro cuore (sempre più rigido) e il cuore del mondo (sempre più spaventato). Rita Stocchi ha il dolcissimo potere di vivere la calma e la tranquillità anche nelle cose più spaventose. Per lei ogni cosa è naturale, pure l’errore. E, così, trasforma tutto in serenità… nel disegno di Qualcuno o di Qualcosa di più grande.

Dunque domenica avrò l’onore di collaborare con Rita Stocchi davanti alla platea dell’Auditorium. Questa volta lei al piano, ed io alla voce.

Enrico

Gli ultimi 4 segni

Sagittario / Angelo (da “Misura per misura”)

Pesatori, a proposito di Jonathan Swift, scrittore e poeta irlandese (vissuto guarda caso “a cavallo” far ‘600 e ‘700 dunque fra il secolo delle viscere e quello della ratio) scrive: “Misantropo e misogino, con sfumature sadiche e autoritarie, con un disprezzo per l’essere umano assolutamente pessimista. La sua opera è però sagittariana sia nel tema del viaggio sia in quella satira acida e corrosiva, paradossale quanto efficace, che con spirito moralista attacca le contraddizioni della civiltà e vuole annientare i falsi valori e i pregiudizi.”

Capricorno / Giulietta (da “Romeo & Giulietta”)

“La terra dei grandi progetti. Solstizio d’inverno, all’apparenza è severo. L’oscurità della notte sembra dominare la scena, ma sotto la crosta dei ghiacci la vita pulsa e si prepara a manifestarsi in una nuova esplosione di luce e di colori. Può apparire freddo, severo, distaccato, ma nasconde una sensibilità e una profondità emotiva fuori dal comune. Progetto, potenzialità che attende la scintilla della primavera per esplodere. Saturno: simbolo planetario della struttura, realismo e sobrietà, disincanto, piedi per terra. Sa che il rispetto delle leggi della realtà produrrà un risultato solido e duraturo. Desiderio di dare un senso alla vita con un’azione che lasci il segno”.
(Simon & the stars)

Acquario / Mercuzio (da “Romeo & Giulietta”)

Pesatori: “Incontro, dialogo, rapida conoscenza su cui non bisogna soffermarsi più di tanto. Dispersione, volo, orizzontalità, socialità apertissima, assoluta mancanza di carica aggressiva. Non c’è nulla da vincere. Relativismo, possibilismo, prospettiva di ampie vedute, attacco a ogni parvenza di rigidità. Rifiuto della responsabilità. L’identità è aria che si disperde in mille direzioni.  Nomadismo del vento che sparpaglia anche se stesso. Sbeffeggia ogni Re-Sole. Ironia, sarcasmo.  Anarchico e ribelle. La Forma qui è anche riparo, difesa dalla pienezza e dall’intensità del vivere che fondamentalmente sono temute per mancanza di coraggio e di forza”.

Pesci / Amleto (da “Amleto”)

“The rest is silence / Il resto è silenzio”

V, 2.

Altri 4 segni

Leone / Re Lear (da “Re Lear”)

“Il Leone c’è, è l’Io che si erge possente e regali nella luce, a fronte alta, sicuro di sé e della propria forza .Non deve più riferirsi a nessun altro se non a se stesso. Non vuole chiedere nulla a nessuno. Padrone di se stesso. Potere su se stesso. Non tollera discussioni o dialettiche che mettano in dubbio che lui in ogni caso c’è ed è, sempre. Non sopporta la critica. Suscettibile, va omaggiato come si conviene, va riconosciuto per quello che è o per quello che crede di essere, avvicinato con delicatezza. L’Ego leonino esige di essere trattato come si tratta un re”.

Vergine / Porzia (da “Il mercante di Venezia”)

“La visione di come stanno le cose. Lasciarsi andare al sentimentale è da ingenui. Non è freddezza, semmai è difesa estrema contro l’oceano delle emozioni. La Vergine non vive di illusioni. Il Tempo, così inesorabile e condizionante, è il vero problema della conoscenza. Noi siamo il nostro tempo. la Vergine cataloga. Collezione i mille frantumi della vita che va in frantumi. Il gioco ininterrotto della mente verginea è solo davvero un gioco per far passare il tempo. Forse il massimo desiderio della Vergine è liberare il suo spirito di danzatrice che nasconde dentro la gabbia ferrea del carattere, liberarsi da tutti i pesi della ragione e del pensiero e conquistare finalmente la leggerezza, facendo volare mente e corpo non più separati”.

Bilancia / Benvolio (da “Romeo & Giulietta”)

“La Natura sembra perfetta. La Bilancia cerca l’errore, ma a differenza della Vergine (caccia all’errore) non lo trova. La Natura non fa sbagli. L’Altro-da-noi ha la soluzione. Non possiede l’Io cieco e travolgente dell’opposto Ariete. All’opposto dell’impulsivo Ariete la Bilancia esita, fatica a decidersi e a mettersi in azione. Il suo senso critico le impedisce di lasciarsi andare al desiderio e all’irruenza. assennata. Fairplay. La forma della Bilancia è ricerca, avanzare prudente ma attentissimo verso il luogo della bellezza pura. Senza mai sbilanciarsi. Lei non sceglie, misura. Di fronte all’inconscio e all’irrazionale si spaventa”.

Scorpione / Ermione (da “Il racconto d’inverno”)

“Scendere dal piedistallo e muoversi. La partita invece va giocata fino in fondo. Le forze in gioco sono potentissime. Il sottosuolo è luogo oscuro dell’anima. La donna: intelligenza fine, acuta, tagliente come una lama, che penetra dentro il meccanismo dell’essere e solo da lì inizia a dialogare. Indipendente. Non è una donna fredda. È una donna gelida che rappresenta il gelo per nascondere lo spirito bollente. Donna che sfida e sfidando ama totalmente. Impegno contro le ingiustizie, dove le forze dell’inconscio si uniscono a una ragione inesorabile. Resurrezione”.

Tutte le citazioni sono di Marco Pesatori, Astrologia per intellettuali.

L’evento all’Auditorium, domenica 16 dicembre alle ore 11.

http://www.facebook.com/events/2269468843288584/

I primi 4 segni dello Zodiaco

Ariete / Romeo (da “Romeo e Giulietta”)

“La scintilla che attiva; spinto dal desiderio e da un pizzico di incoscienza, non si ferma finché il portone non è stato buttato giù; iniziativa, azione, impulso, curiosità, coraggio, cocciuto, determinato, tenace, competitivo, adrenalina”.

Toro / Prospero (da “La tempesta”)

“Dare forma e sostanza alle idee e tradurle in opere armonicamente integrate negli equilibri della natura. Occorrono pazienza e perseveranza per plasmare la materia e renderla somigliante all’idea. Tenacia, forza, perseveranza”.

Gemelli / Benedetto e Beatrice (da “Molto rumore per nulla”)

“I Gemelli incarnano questo continuo ping-pong tra gli estremi. Associato ai venti di giugno che spargono il polline il più lontano possibile, conducendolo dalla parte maschile a quella femminile. Crea sintesi fra gli estremi opposti. Alternanza; apprendimento empirico della realà circostante; curiosità, esperienza diretta”.

Cancro / Riccardo III (da “Riccardo III”)

“Se ne sta per i fatti suoi ma ha reazioni emotive energiche e pronte. Regno lunare delle emozioni. Apparentemente defilato e timido. Selettivo. Brodo primordiale, sacco amniotico che ci ha custoditi. Maternità. Patria, tradizioni, discendenze, radici. Sensibile, empatico, intuitivo, poetico, lunatico”.

Tutte le citazioni sono di Simon & the stars.

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IL LATO OSCURO

25 novembre 2018

Questa mattina sono andato a messa. Da qualche giorno mi sento insoddisfatto di me. Mi sono detto: “nei Testi troverò le risposte alle mie domande”. E infatti è stato così.

Millenni fa, a Londra, dopo solo un mese di scuola di teatro, l’insegnate mi disse: “Henry (mi chiamavano così), lo sappiamo che sei un ragazzo simpatico, gentile, educato, colto, sempre allegro. Ora vogliamo conoscere il tuo lato oscuro”. Forse raramente sono riuscito ad esprimerlo nella mia vita, senza paura, senza un paralizzante pudore.

Nella Prima Lettura di oggi – dal Libro  del Profeta Daniele (7, 13-14) – si dice: “Guardando nelle visioni notturne, ecco venire con le nubi del cielo uno simile a un figlio d’uomo”. Nella Seconda Lettura – dal Libro dell’Apocalisse di San Giovanni Apostolo (1, 5-8) – si dice: “Gesù Cristo è il primogenito dei morti. Ecco, viene con le nubi e ogni occhio lo vedrà. Dice il Signore Dio: Io sono l’Alfa e l’Omega”. E il Vangelo di Giovanni (18, 33-37) sull’episodio di Pilato (Pilato: giudice e tribunale): “Il mio regno non è di questo mondo. Per questo io sono nato e per questo sono venuto al mondo: per dare testimonianza alla verità. Chiunque è dalla verità, ascolta la mia voce”.

Ogni uomo che non accetti il proprio lato oscuro è condannato a non accettare e non voler usare una parte potentissima di sé. E questo, per uno che poi vuole fare l’artista è deleterio. Io non posso più andare avanti così.

Il Figlio dell’Uomo è venuto “con le nubi”. Si è manifestato in “visioni notturne”. Cristo è primogenito “dei morti”. Viene “con le nubi e ogni occhio lo vedrà”, dunque nelle nubi oscure Egli “è stato visto”.  Dio è Alfa e Omega, quindi è un capo del filo e l’altro; luce ma anche oscurità, che si legano l’una all’altra e si nutrono l’una con l’altra. E ogni regno, ogni verità, non è “di questo mondo” (il mondo tangibile), ma è di un “altro” mondo: quello intangibile, perché misterioso, oscuro, dal quale nasce la vera “voce”, l’unica che è possibile “ascoltare”. La nostra vera voce. Forse anche la mia.

Come un faro non ha ragione di esistere senza la notte, nessuno di noi può emanare una luce che sia vera, completa, se non fa pace con la propria oscurità, senza che questa lo schiacci. Un faro senza la notte è perfettamente inutile. Siamo abituati a legare il concetto di Bene alla luce, e il concetto di Male alle tenebre. Ma non è così. Bene e Male prescindono da questa distinzione. Ci può essere del Male nella luce (penso all’accesso di gelida razionalità che prevarica sugli istinti più passionali, o anche la furbizia più astuta e manipolatrice è sempre luminosissima, cioè “brillante”) e c’è del Bene nell’oscurità (l’inconscio più misterioso, la nostra immaginazione, il sesso, gli istinti). A “questo mondo”, sopra la superficie terrestre, tutto ciò che è oscuro viene spesso malgiudicato. E con questo non dico che si debba impudicamente sbandierare le proprie fantasie più contorte come se nulla fosse. Custodire il tesoro misterioso dentro di sé è parte stesso del processo di accettazione e di vita. Ma ogni uomo, artista o no, è bene che sappia cosa c’è di splendente sepolto dentro di sé, senza malgiudicarsi lui stesso, senza condannarsi per chissà quale orrendo crimine presunto.

Se poi, come me,  vuole fare l’artista, gli tocca farlo. Per forza.

E.