ORIGINE

Ieri pomeriggio parlavo di teatro con un amico (molto intelligente). Gli ho chiesto se secondo lui al giorno d’oggi, con il cinema e con internet, il teatro potesse avere ancora qualcosa da dire. Personalmente, tutto quello che vedo in giro lo trovo fermo a un’ inconsapevole estensione contemporanea degli anni ’70. Anche il teatro più competente e solido e di livello, mi sembra già tutto visto. Hanno messo gli attori a testa in su, poi a testa in giù, con o senza testo, hanno costruito scenografie faraoniche, poi hanno tolto tutto, hanno fatto qualsiasi cosa. Certo, nel pubblico ci sarà sempre chi si stupisce, perché tutto ciò che ho visto io non è detto che lo abbiano visto anche gli altri. Ma la domanda rimane: dove siamo, e dove stiamo andando?

Il mio amico (che è molto intelligente) mi ha bacchettato, perché la domanda è sbagliata in partenza. È la domanda ad essere sbagliata. Fin tanto che ci chiederemo come essere originali, non lo saremo. Fin tanto che cercheremo, non troveremo. A lui domandano spesso perché fa quello che fa. Lui risponde: “Ma che domanda è???” E io aggiungo: “Perché altrimenti morirei”.

Ecco. Potremmo dire che l’unico modo di essere originali (se proprio vogliamo) è rischiare la vita. “Originale”: riflettiamo su questa parola. Viene da “origine”, o sbaglio? Se ciò che facciamo non viene dall’origine – la nostra, il nostro afflato più profondo, che è la fonte della nostra sopravvivenza – saremo condannati a fallire. Ad entrare in un sistema. Ma non per colpa degli altri e “del sistema”. Ma perché anche noi lo abbiamo voluto, abbracciato, assimilato. Faremo produzione, ma null’altro.

Anni fa vidi uno spettacolo di danza di una compagnia – se ricordo bene – canadese. Sembrava che tutto ciò che facevano sulla scena lo facessero come fosse per l’ultima volta nella loro vita prima di morire. L’ “impegno” che mettevano nel loro lavoro era sbalorditivo. Alla fine dello spettacolo, ai ringraziamenti, nessuno di loro mostrava il benché minimo segno di stanchezza.

Originale. Origine. “To thine own self be true”, scrisse una volta qualcuno.

Enrico P.

Questo breve articolo è stato scritto grazie all’amicizia con Tommaso Minniti.

 

 

 

 

 

UCCIDERE E SOFFRIRE CON LA STESSA VIOLENZA

Lavinia si nasconde nel bosco

Il TITO ANDRONICO è un mare di ferocia che si estende fra due rive lontanissime l’una dall’altra: la “nobiltà patrizia” e la “pietà”. Questi due princìpi, queste parole, sono gli opposti confini dell’opera. Fra di essi, la più incredibile spietatezza. E Roma con le sua incoerenza e la sua mondana liquidità è la scenografia perfetta dietro a questi uomini e queste donne che uccidono e soffrono con la stessa violenza. Non c’è un briciolo di pietà in tutta l’opera. Ne sono sprovvisti tutti, in qualche modo. Certo, tutti la reclamano, tutti la invocano, ma nessuno ne concede. La disperante e sconvolgente scoperta di Shakespeare è che non esistono uomini solo buoni o solo cattivi. Il protagonista, Tito, i cui figli vengono brutalmente decimati, è il primo a dimostrarsi spietato allorché la prigioniera regina dei Goti Tamora chiede misericordia per il suo primogenito (atto primo, scena prima). Così, l’ obbedienza ottusa alla “nobiltà patrizia” e ai suoi codici d’onore scavalca gelida il pianto di Tamora-madre e innesca la mostruosa vendetta e la tragedia. L’opera è costruita secondo l’antico versetto biblico “sette volte sarà vendicato Caino, ma Lamech settantasette”. La pietà – a differenza dell’onore che segue precetti precisi – non si può misurare, né ordinare né schematizzare, né ingabbiare in rigide prescrizioni. Viene dal cuore. O c’è o non c’è. In principio sono i barbari a possederla, che seguono le autentiche leggi della Natura, e non i Romani, che adorano invece le asettiche leggi dell’Uomo più ciecamente “educato”. A differenza di Tito – il quale, in nome di questa specie di obbedienza dovuta all’Imperatore, non esita ad uccidere persino il proprio figlio – Aronne, il più cattivo fra i cattivi, si offre in sacrificio al posto del figlio appena nato, dimostrando così di possedere un cuore, anche se rozzo e malvagio. E Lavinia? La fanciulla stuprata e mutilata (mani e lingua), la cui corsa disperata nei boschi ci commuove tutti, ha però schernito con altezzose parole Tamora (ecco perché le viene amputata la lingua!), ed è per questo che viene crudelmente punita, condannata ad un forzato sanguinario silenzio.

Insomma, la riflessione che Shakespeare comincia a tessere nel suo genio – il TITO fu rappresentato per la prima volta nel 1594 – è quella che nessuno è solo colpevole o solo innocente, che l’Uomo si può e si deve avvicinare a Dio unicamente quando ascolta quella “cosa dentro di te chiamata coscienza” (atto V, scena prima) e quando dimostra dunque “misericordia”. Qui, in questa giovane opera, Shakespeare fa pendere l’ago della bilancia ancora verso la passionale e spropositata vendetta: non sette, ma settantasette volte (l’equilibrio dialettico di “Misura per misura” è ancora lontano). E la tanto invocata “pietà” spetta alla Natura esercitarla. Alla fine il cadavere di Tamora viene abbandonato nella foresta. “Siano gli uccelli ad averne pietà” è l’ultimo verso della tragedia.

Ma c’è qualcun altro, anzi, “qualcos’altro” a possedere la divina qualità della “pietà”. È la poesia. Tutte le sanguinarie vicende del TITO vengono narrate da Shakespeare con liriche commoventi. Più orrende sono le cose che accadono sulla scena davanti agli occhi degli spettatori, più splendidi e visionari e dolcissimi sono i versi. È la poesia a dimostrare pietà. È la poesia il sudario in cui vengono avvolti i cadaveri. È la poesia a fornire un manto di foglie fresche dove possa riposare persino il cadavere di Tamora. Tra gli atti quasi psicopatici che si compiono e le parole che si pronunciano c’è una disparità strabiliante. Questa è la lacerazione mostruosa che propone Shakespeare. La poesia è la voce della coscienza.

E. Petronio

 

 

 

MOSTRI

foto: Paolo Boni

Ci sono ogni sorta di mostri nelle opere dello zio Willy.

Partiamo dai più evidenti: creature inumane si trovano nel “Sogno di una notte di mezza estate”, ne “La tempesta” e nel dramma scozzese. In quest’ultimo sono smaccatamente maligne. Negli altri due – trattandosi di una commedia e di un’opera incatalogabile, definita spesso “il testamento spirituale” di Shakespeare, metafora di una vita intera – è molto più difficile ed arbitrario stabilire quanto bene e quanto male vi sia in esse. Dipende dalla lettura che si vuol dar loro. Dipende dall’interpretazione. Il “Sogno “ è stato spesso definito un “incubo” e certamente – se lo chiedete a me – è molto meno divertente e giocoso di quanto non appaia. Ma, come detto, sta alla sensibilità di ciascuno dosare risa e lacrime. La funzione di queste creature in queste opere è quella di “sconvolgere”, di scatenare tempeste interiori o esteriori che distruggono una situazione passata e ne creano una nuova. Sono portatori di riti di passaggio.

Poi ci sono i fantasmi. Abbondano. La loro funzione è invece quella di denunciare la Verità. I fantasmi, venendo o tornando dall’Aldilà, conoscono la Verità, a differenza dei vivi che sono ancora da questa parte della sbarra. Il fantasma di Amleto racconta la verità sulla propria morte e così innesca il dramma. I fantasmi delle vittime di Riccardo III o il fantasma di Giulio Cesare che appare a Bruto hanno la funzione di porre il protagonista davanti alle proprie responsabilità. Da ciò che è successo, non si sfugge. La mente può elaborare alibi di tutti i tipi, ma la coscienza è più forte, più salda, assolutamente non manipolabile. Ed è la coscienza che partorisce i fantasmi che poi vengono a spaventarci e, soprattutto, a richiamarci all’ordine.

Poi ci sono creature mostruose di cui si parla ma che non compaiono sulla scena. Sono i mostri interni. La Regina Mab di Mercuzio è uno di questi. Mab porta i sogni di notte, si presenta come una deliziosa fatina ma alla fine si rivela un’orrenda strega. Mab è frutto della fantasia bipolare di Mercuzio. Mercuzio sta semplicemente parlando di sé, e dichiara di possedere nella propria psiche sia la fatina che l’orrida strega.

Poi ci sono le pozioni: quella che beve Giulietta e che la fa apparire come morta, condannandola all’adempimento di un destino beffardo. Romeo scambia la morte teatrale per una morte reale, e si uccide per lei. Come a dire che – attenzione! – se non riconosciamo che il teatro è un inganno, potremmo lasciarci le penne. Ma ci sono anche pozioni che guariscono: quella che prende il Re in “Tutto è bene quel che finisce bene”, una medicina denigrata dalla scienza comune, dall’Accademia, ma che si rivela portentosa perché “miracolosa”. Attinge la sua forza non dalla materia, ma altrove.

Poi ci sono personaggi “mostruosi”. Proteo ne “I due gentiluomini di Verona” deve il proprio nome ad una creatura della mitologia greca. Proteo era una dio, figlio di Oceano e di Teti, e aveva la capacità di cambiare forma. Il suo talento proteiforme è rappresentato dallo zio Willy come qualcuno capace di disinnamorarsi all’istante della propria amata per innamorarsi subito di un’altra. Proteo si trasforma non senza dolore. Il suo tradimento non è privo di senso di colpa. Anzi. Tuttavia egli non può farne a meno, perché qualcosa in lui sta cambiando o è cambiato. Il fascino di questo personaggio sta proprio nell’inalienabile e inevitabile condanna alla trasformazione. Un essere in divenire, in crescita, che per forza di cose deve tradire il proprio passato.

Viola ne “la dodicesima notte”, travestitasi da uomo e giunta dalla Contessa Olivia che si innamora di lei, parla di sé stessa come di un “povero mostro”. Sempre i travestimenti nelle opere dello zio Willy fanno emergere nel personaggio qualità rimaste assopite. Secoli dopo, Oscar Wilde avrebbe detto: “date all’uomo una maschera e quello vi dirà la verità”. Cosa significa? Che le eroine shakespeariane che si travestono da uomo (Viola, Rosalinda, Giulia, Porzia) scoprono, grazie al travestimento-maschera, di possedere qualità che non sapevano di possedere.  E le acquisiscono. Sotto gli abiti carnevaleschi di un “povero mostro” esse scoprono i talenti del mostro che, una volta dismessi gli abiti, non lasceranno più.

Tornando a Riccardo III. È un dittatore spietato e sanguinario, falso e feroce. È un mostro. Il personaggio somiglia – dicono gli Accademici – al “Vice” delle sacre rappresentazioni medievali, un diavolo che era solo cattivo, un demone senza scrupoli. Ma il Riccardo III di Shakespeare ha sofferto, eccome! È un bambino non voluto di una madre anaffettiva e respingente. La sua deformità fisica (la famosa gobba) è appendice di una deformità interiore. Ma questa deformità  è la causa o il sintomo? Forse, entrambe le cose. Di certo qualcosa in Riccardo ha scelto la strada del male. Questo ai fini della storia. Ma il bambino piangente rimane. E fa pietà.

Il significato etimologico della parola “mostro” è: prodigio, segno divino, monito.

Solo col tempo la parola ha assunto un carattere negativo. Il significato originario sopravvive in quelle espressioni che ancora oggi usiamo: “sei un mostro di bravura!”. Se lo chiedete a me, penso che ciascuno di noi sia un mostro, o abbia un particolare mostro dentro di sé, un qualcosa di unico e di prodigioso, che andrebbe prima riconosciuto e poi coltivato. Ciascuno di noi ha un eroe dentro di sé, o un super-eroe. Ciascuno di noi porta dentro di sé una lezione che potrebbe e dovrebbe impartire agli altri. Ne abbiamo viste alcune: distruggere un vecchio stato obsoleto e crearne uno nuovo (come le fate del “Sogno”), oppure denunciare la Verità (come i fantasmi), oppure essere capaci di trasformarsi ma mai senza coscienza (come Proteo), oppure assumere su di sé qualità che ci erano sconosciute e farle nostre (come Viola o Porzia e le altre).  Ogni talento ci pone davanti a un bivio: usarlo per il bene o per il male. E qui si apre una discussione che non sta di casa in questa sede.

Ogni personaggio dello zio Willy è un mostro. Romeo è un mostro di passionalità, Giulietta un mostro di coraggio. Amleto un mostro di introspezione, Lear un mostro di egocentrismo. Otello un mostro di stupidità, Desdemona un mostro di innocenza. Rosalinda un mostro di arguzia, Viola un mostro di lucidità, Porzia un mostro di ingegno. E così via.

E voi? Cosa potreste insegnare agli altri? Cosa sapete fare che gli altri non sanno fare? Qual è il vostro mostro? Ricordate però che il vero mostro interiore… non agisce e non esercita la propria prodigiosa funzione senza dolore…

E. Petronio

 

VITTIME & CARNEFICI

Otello di Orson Welles

E. Petronio

“Mi dispiace che un tale dolore io abbia procurato,
e così profondamente esso è piantato nel mio cuore penitente
che bramo la morte con più volontà di quanto brami la pietà.
È ciò che merito, ed io la imploro”.
(Misura per misura, V, 1)

Sempre più spesso penso che si confonda il tentativo di spiegare un fatto drammatico – un delitto o un illecito di quelli che riempiono le pagine di cronaca dei giornali – con il giustificarlo. Quando lo faccio, io vengo sempre frainteso. Secondo me, per superficialità altrui. Alcuni dicono che sono un discettatore, manifestando così il loro poco interesse nell’ indagare i possibili o probabili motivi che covano sotto ad un misfatto o ad un crimine. E quando io mi interrogo sui fatti di cronaca più popolari sembra – a detta di alcuni – che io voglia giustificarli, perdonarli. Ma io dico che a me non interessa condannare e basta, o peggio ancora, lagnarmi e basta, e con retorica, per giunta. Certo, condanno. E giudico. Perché d’altra parte non credo neanche nella maniera più assoluta nel principio tutto contemporaneo e “zen” (in realtà solo passivo-aggressivo) che non stia a me giudicare. I miei “giudizi” sono legittime umane opinioni. Non pretendo di avere la Verità, ma pretendo di avere la “mia” verità.

E torniamo al suddetto misunderstanding.

Se l’Uomo sociale e politico deve giustamente condannare un delitto, beh, serve qualcuno che cerchi di capire il perché di quel delitto. Altrimenti il tanto sospirato cambiamento, o l’utopico miglioramento della specie umana (concetto ignorantissimo e davvero molto blandamente glam, dal momento che ogni epoca storica ha avuto e ha i suoi orrori e le sue luci) non è possibile. Nessuna malattia sarebbe mai stata curata se non ci fossero stati scienziati a tentar di capirne le cause. E il primo passo per cercare di capire la causa di una “malattia”, quale che sia (anche intima, sociale, comportamentale) è quello di non condannarla. Uno scienziato non può permettersi di dire che il cancro è cattivo. Non gli serve a nulla. Di certo non gli serve a sconfiggere la malattia. Bisogna guardare la “malattia” come una vittima, e non come un carnefice. Capirla, comprenderla. Per quanto assurdo possa suonare: quali diritti profondi del carnefice sono stati calpestati? E quali sono le responsabilità della vittima? Per citare ancora lo zio Willy (come nell’incipit): è vero che Otello ha ucciso Desdemona, ma che responsabilità ha Desdemona e perché s’è fatta ammazzare?

Che cosa tiene oggi in vita la “malattia”? Che cosa la propaga? Cosa l’alimenta? Bene, togliamole (o tentiamo di toglierle, educhiamola a togliere…) quel “qualcosa”. E la “malattia” (forse) morirà di fame.

Ogni assassino, ogni ladro, ogni stupratore, ogni femminicida, ogni delinquente fa ciò che fa perché è stato a sua volta vittima di qualcosa di orribile. La psicologia questo lo sa da sempre. E pure noi, ciascuno di noi, nel nostro piccolo. Nessuno qui sulla Terra è solo cattivo o solo buono. Se giustamente lo Stato deve condannare ed arginare, allora qualcuno deve assumersi il compito di capire cosa è successo al carnefice che lo abbia portato ad agire così. Solo in questo modo si potrà non dico riuscire ma almeno tentare di curare la “malattia” di Uno prima che passi ad altri. O almeno si proverà ad eliminare dal web la maree di lagnose e patetiche banalità che circolano, atte solo a nutrire il dilagante vuoto mentale del popolo che da sempre esige “pane e sangue”, il colpevole facile da linciare, volta dopo volta. Indagando, studiano, domandando, domandandosi, entrando in zone scomode e politically uncorrect… si può sperare che altri uomini non si ammalino a loro volta avendo vissuto esattamente ciò che ha vissuto il loro predecessore. Questo è l’unica forma di “progresso” o di “educazione sociale” (non che il termine mi piaccia tanto) che io, personalmente, trovi interessante.

Il resto – la lagna al mercato on in salotto o in tv, la cieca condanna da parte dei soliti duri o di qualche irriducibile bigotto, e la repressione senza alcun pensiero dietro ad opera delle greggi che decretano – per me sono pratiche deresponsabilizzanti, deboli e noiose, inutili. Addirittura nocive perché fanno proseliti. E non mi scuso affatto se dico che, per me, noi Italiani siamo maestri della lagna retorica (che è sorella della nostra arte tanto poetica del sopravvivere), incapaci di agire e in modo pragmatico (senza tanti convegni o riunioni o “aprendo tavoli”) e in modo “scomodo” per qualcuno: andando ad indagare – come dicevo – anche le responsabilità delle vittime.

Quindi per me, in definitiva, l’unica domanda interessante è: Perché Otello ha ucciso Desdemona “veramente”, e perché Desdemona s’è fatta uccidere?

 

 

Mi chiamo Enrico.

11 ottobre 2018

Una passeggiata all’Auditorium.

Mi chiamo Enrico. Che nome del ca…o! L’ho capito oggi pomeriggio. Finalmente. Strano. Per una vita ho avuto difficoltà a pronunciare il mio nome. Quando suono al citofono, ad esempio, rispondo sempre “Io”, e mai “Enrico”. Ho sempre pensato che questo nome fosse “troppo” per me: troppo bello, troppo elegante, troppo pesante. Una responsabilità enorme (che rimanda a quei fott…ti re d’Inghilterra!), io, che ho sempre desiderato più di ogni altra cosa “essere normale”.

Avrei voluto chiamarmi Marco o Paolo o Massimo o Simone. Anni fa me lo sono pure cambiato il nome. Dicevo a tutti che mi chiamavo Vincenzo. Pure a quelli che già mi conoscevano. Non mi ci sentivo “Enrico”. È un bellissimo nome, ma scusate è un nome del ca…o! Nessuno si chiama Enrico. Solo io e forse altri due. Tanto per fare una cosa nuova. Sono un “diverso” a vita.

Nomi, nomi, nomi…
Portano dentro di sé tutto di noi: ambizioni, qualità, limiti, bellezza e brutture. E poi, dopo il nome, c’è il titolo, che quasi sempre te lo rifilano come fosse un onore, ma che quasi sempre è un velo che nasconde, un’armatura che protegge, una maschera che inganna. Per uno che è stato insignito con l’altisonante e sensuale titolo di Coriolano, ad esempio, come sarà stato rispondere a quell’odiato nemico che ti chiede “chi sei?”, pronunciando solo il proprio nome, senza nessun titolo: Caio Marzio?

Nomi…

“Una passeggiata all’Auditorium”
in vista del 18 novembre…

E.

POETRY FOR SHAKESPEARE alla domenica

C’è un salice… (Amleto, IV, 7)

CANZONE PER OFELIA

A tutte le donne che cadono nell’acqua;
a tutte le donne che si annegano;
a tutte le donne che piangono la morte dei padri;
a tutte le donne che perdono la ragione.

A tutte le sorelle che si sentono inadeguate;
a tutte le sorelle che soffrono la paura;
a tutte le sorelle che desiderano baci;
a tutte le sorelle dimenticate nei cortili.

A tutte le bambine che credono di essere stupide;
a tutte le bambine che si siedono nell’erba;
a tutte le bambine che fanno domande;
a tutte quelle che non capiscono.

A tutte le spose che bruciano i ciambelloni;
a tutte le spose che piangono di notte;
a tutte le bellissime spose che scendono dai carretti;
a tutte le meravigliose spose che glorificano i mattini.

A tutte i cadaveri che scendono nelle fosse
e fanno amicizia coi vermi;
a tutte le madri che scompaiono nell’odio;
a tutte le figlie desiderate e mai apparse;
a te che sei la pena del mio cuore,
la morsa del cervello, le carni elettriche,
il mio sesso, il mio ingegno, la mia esausta
voglia di galoppo.

 

Enrico Petronio

 

 

 

 

 

 

Il Tempo

“Io, che faccio piacere ad alcuni, sfido tutti; entrambi gioia e terrore / del buono e del cattivo; io che creo e svelo l’errore…”.

(Il racconto d’inverno, IV, 1)

All’inizio della mia ricerca, quando ho cominciato a parlare ad altri di quello che stavo facendo – del fatto che Shakespeare conoscesse l’astrologia e che probabilmente ne avesse applicato gli schemi, oltre al fatto che personalmente stavo facendo certi esperimenti per stabilire la relazione ad esempio fra il proprio segno zodiacale e il linguaggio – ho percepito subito nelle persone una certa diffidenza. Mi sarei aspettato più curiosità. Ovviamente, a parte la questione prettamente shakespeariana, il resto della mia ricerca presupponeva che una persona credesse all’astrologia. Ma la cosa strana era che io stesso avevo delle remore a parlarne. Sentivo un freno persino ad usare la parola “astrologia”. Perché oggi questo termine soffre inevitabilmente del fatto di essere legato al concetto irrazionale di superstizione.

Ed è così. In realtà, gli astri, le stelle, non c’entrano nulla. Il termine, o meglio, il concetto di  “astrologia” è nato nell’antichità quando era equiparato ad “astronomia”, essendo all’inizio la stessa cosa. Ma tutti gli astrologi contemporanei sanno benissimo che le stelle – cioè, quegli ammassi nell’universo che brillano di energia e che ammiriamo di notte – non c’entrano proprio nulla.

Mi spiego: nell’antichità, nell’età arcaica, quando il genere umano era davvero superstizioso, si pensava che davvero quei puntini luminosi nel cielo influenzassero non solo la nostra natura (il presente) ma anche il nostro destino (il futuro). Oggi gli astrologi contemporanei studiano in realtà gli influssi del procedere del tempo sugli esseri viventi: sugli esseri umani. È il tempo il vero oggetto di studio, anzi, il suo procedere, il suo andare avanti, il suo mutare.

Il termine “astrologia” mette insieme “Astros” e “Logos”. Quindi vuole assegnare il potere di un qualche pensiero a quelle stelle sù nel cielo. Ma le stelle non c’entrano nulla. Le stelle sono solo simboli utili, interlocutori visibili, a differenza del tempo che di per sé è invisibile. Le costellazioni sono invenzioni dell’Uomo. Le stelle non nascono legate tra loro a forma di qualcosa. L’uomo superstizioso dell’età arcaica pensava che davvero dal cielo venissero stabilite le leggi. Ma oggi sappiamo benissimo che non è così. Non è il cielo: è Il tempo con le sue leggi di natura.

Gli esseri umani non sono diversi da una pianta di ulivo o da una talpa. Il procedere del tempo influisce sulla vita della pianta di ulivo e sulla vita della talpa che ad esempio va in letargo. E così anche sull’Uomo. Il macrocosmo influisce sul microcosmo, e non solo sui suoi fattori esterni (la crescita dei capelli, ad esempio), ma anche “interni”. Oggi diremmo “psicologici”: la personalità.

Io, che appartengo a quel gruppo di persone nate alle fine di novembre che diciamo essere del segno del Sagittario, presento caratteristiche nella mia personalità che sono tali perché sono venuto alla luce in un certo periodo dell’anno nell’emisfero boreale. Da questo diverso punto di vista, più grande, questo potrebbe oggi essere un nuovo appassionante campo di studi scientifico. È chiaro che per assurgere ad un qualche “valore scientifico”, queste cose andrebbero provate. Perché scienza è tutto ciò che viene provato. La scienza nasce nel ‘600 e poi fortifica nel ‘700 il proprio carattere di manifestazione percepibile, sempre confermata e condivisibile agli occhi di tutti. Oggi l’essere umano, che è figlio dell’Illuminismo (che lo voglia o no), è portato a pensare che esista solo ciò che è provato. Tutto il resto viene gettato nel grande cestino del “mistero” più o meno interessante a seconda di chi vi si avvicina. Fintanto che non si scoprirà – e non si proverà – che anche le piante hanno una coscienza, ad esempio, continueremmo a pensare che non ce l’abbiano. In un certo senso il primo scienziato fu San Tommaso, che credette solo dopo che aveva veduto. Anzi, toccato. E per arrivare un giorno a portare sul tavolo delle prove concrete dal valore scientifico di tutto questo, bisognerebbe cominciare a fare dei veri e propri esperimenti, così come fecero i primi scienziati nel ‘600 o Freud all’inizio del ‘900 quando “inventò” la psichiatria. Esperimenti, ricerche, studi: esperimenti astrologici (uso adesso il termine solo per comodità di comprensione).

Quella che fino ad oggi si è chiamata “astrologia” dovrebbe chiamarsi da oggi qualcosa come “studio della natura umana in relazione al mutare del tempo”. E dovrebbe essere un vero studio. Non una superstizione, non una credenza popolare, non una fede. In questo senso, il libero arbitrio – così tanto difeso dai Razionalisti – non verrebbe mai meno. Perché come una malattia (che è qualcosa di naturalmente generato dal corpo in relazione a fattori esterni, ambientali) è curabile, così la personalità innata di un essere umano può essere diretta, guidata, raffinata. Si possono compensare le mancanze con l’allenamento di quelle qualità che difettano. Si possono smussare gli eccessi. Ma, allo stesso tempo, come ogni corpo è destinato a morire pur dopo tutte le cure mediche, così un essere umano è destinato a rimanere in fondo sempre sé stesso. In un certo senso un corpo cresce, matura, invecchia e muore; e un carattere, o una personalità, cresce, matura ed evolve. Poi quando il corpo fisico muore, cosa succeda alla personalità spetta alla fede o alla non-fede di ciascuno dirlo.

Il primo passo per questi nuovi studi è per necessità di cose un umile passo indietro rispetto al mondo: noi non siamo padroni del mondo e della vita; noi non siamo padroni assoluti delle capacità del nostro pensiero; non esiste solo ciò che tocco, vedo, annuso, sento, gusto; libero arbitrio non significa libertà infinita, ossia totale dominio delle situazioni e della volontà. E questo non perché c’è un Dio, o degli dèi, o un’etica o una morale. Fintanto che l’Uomo morrà, l’Uomo rimarrà una creatura limitata e dunque non onnipotente. Ma dall’accettazione dei propri limiti fisici (un corpo che muore) può nascere la curiosità appassionata veramente illimitata per i mondi che oggi sono ancora invisibili. Ancora. Non per sempre.

EP

Dicono che LO ZIO WILLY parli dell’essere umano. Di ogni essere umano. Dicono che sia contemporaneo. Parlano di rivisitazioni in chiave moderna. Dicono che sia eterno.

Ma cosa vuol dire realmente? Cosa significa? Perché LO ZIO WILLY è così contemporaneo? Attenzione che per essere contemporanei non basta mettersi un abito d’oggi! Non basta ambientare una commedia o una tragedia negli anni ’30 o ’50 o per le strade di una fantomatica città americana!

Qui si parla di pensieri. Di problemi. Di domande. Di tormenti. Di emozioni basic: amore, odio, frustrazione, paura, gelosia, desiderio… Ed io nei vostri volti di “non attori”, liberi dall’ansia professionistica di dover per forza aderire ad un personaggio, lontani dall’avere qualunque pretesa artistica, nei vostri volti di “gente comune” ho visto Shakespeare. E ho sentito Shakespeare. Ciascuno di voi a suo modo, interpretando, re-interpretando, andando verso il personaggio ma senza rinunciare alla propria anima che è indelebile, che è sorprendente (nel senso che neanche voi, noi, sappiamo cosa possa essere e quanto grande possa essere). Questo è il senso della parole di Ofelia qui nel video: “Noi sappiamo chi siamo, ma non sappiamo chi possiamo essere”, ovvero: “Noi conosciamo la nostra prigione fisica, ma non conosciamo le nostre potenzialità interiori, la vastità del nostro spirtito”.

Check it out!

Le notti dello zio Willy.

Van Gogh, Notte stellata (1889)

“Ho passato una notte tremenda,
così piena di orrende visioni, di agghiaccianti sogni,
che, da uomo di fede Cristiana,
non vorrei passare un’altra notte simile,
neanche se fosse per comprare un mondo di giorni felici,
tanto pieno di tetro terrore fu quel tempo!”

(Riccardo III, I, 4)

Se non erro, la notte per LO ZIO WILLY non è proprio sinonimo di serenità e pace. Dalla notte infestata del “Sogno” (non lasciatevi fuorviare dal fatto che sia una commedia, o meglio, che sia “ritenuta” una commedia), alla notte qui sopra citata del povero Clarence nel “Riccardo III”, o dalle scorribande folli (e malignette!) de “La dodicesima notte” fino alla notte ambigua e ingannevole (e dunque araldo di tragedia) di “Otello”, è chiaro che LO ZIO WILLY – che forse non prendeva sonniferi o Xanax o altro – non dormiva bene. Se poi andassimo a contare i fantasmi… urka!!! Il sonno, quello sì, è ben voluto e, anzi, desiderato con malinconia invidiosa e pace amputata. Forse l’unica notte decente è quella del balcone in “Romeo & Giulietta”, ma i due non è che facciano poi una bella fine. Quindi, fate vobis!

A me la notte piace. Moltissimo. Credo di diventare sempre più fotofobico. Di notte tutti dormono, nessuno rompe, mi piacciono persino le voci lontane della strada (quando non sono eccessive) e posso guardare in tv i film horror. La notte! C’è a chi piace, e a chi non piace. A me… piace.

Sleep tight.
E.

Pericle (Pericles)

THE GREAT VAST.

Luglio. Week-end al mare. Ci si prepara per le vacanze. In spiaggia e a casa leggo e studio il “Pericle”. Così tanto vicina all’Odissea – epica amatissima da mio padre che forse si riconosce nel protagonista – l’epopea di questo principe eroico che se ne va su e giù per il Mediterraneo racconta ancora una volta la grande tematica shakespeariana: il viaggio come crescita, la perdita e la privazione e le mille avventure come passaggi obbligati dall’infanzia alla maturità. Insomma, la vecchia storia delle tanto faticose quanto necessarie prove della vita! All’inizio del dramma il Nostro si percepisce come “troppo piccolo” (too little) rispetto al nemico-antagonista (Re Antioco), e perciò, in preda ad un’inspiegabile, misteriosa “malinconia dagli occhi spenti” (dull-eyed melancholy), fugge. E fugge per mare. E il mare è grande, enorme. È “grande vastità” (great vast). Ma è proprio affrontando le onde nemiche, che fra l’altro gli rubano moglie e figlia, che il piccolo Principe dovrà crescere e dimostrarsi all’altezza di tutti i grandi re della Storia, a cominciare da suo padre.

A proposito di prove! Ho fatto un giochino stamattina. Ho contato quante volte la parola “mare” (o simili) compare nel testo. Attenzione però! Nel testo originale inglese, non nelle traduzioni italiane. Here you are! Enjoy! E… buon bagno… se siete o andate al mare…

“Sea” (mare): 31
“Seas” (mari): 7
“Water/s” (acqua/e): 5
“Deep” (profondità, abisso): 3
“Neptune” (Nettuno, dio del mare): 3
“Waves” (onde): 2
“Billow” (massa fluttuante non per forza associata all’acqua, qui nel testo sì): 2
“Watery” (d’acqua): 2
“Ooze”(melma, limo, fanghiglia, impasto di acqua e terra): 1
“Great vast” (grande vastità): 1
“Surges” (cavalloni): 1
“Thetis” (Teti, dea del mare): 1

Il mare è dunque “tomba d’acqua”, “impero d’acqua”, “rude”, “sfortunato”, “mormorante”, luogo di “travagli giornalieri” (ricorda Amleto: “mare di guai”), possiede uno “stomaco”, è “ribelle”… ma, alla fine, è “un mare di gioie”.

Ciao!