Che il Teatro sia in crisi si dice da sempre, è vero. E menomale! L’arte ha bisogno di crisi, di essere messa in crisi, e di mettere in crisi, altrimenti è solo mestiere. Temo però che la crisi di cui si parla oggi, quella di cui parlo io adesso, qui, sia un altro tipo di crisi. Sia una crisi vera. Naturale, comprensibile, sincera, terribile, profonda, visto i corsi e ricorsi storici. In sostanza, secondo me, c’avevano ragione i Maya quando dicevano che attorno all’anno 2012 il mondo “così come lo conosciamo” sarebbe finito.
Io da anni non faccio più teatro. Me ne occupo, nel mio piccolo, anzi piccolissimo. Sono, come tanti sanno, un grande appassionato di Shakespeare e lo studio, e ogni tanto dico la mia. Non vado mai a teatro. Ci vado solo per portare la mia classe di amatori a vedere qualche spettacolo che reputo possa essere interessante a fini di studio. Così dopo ne discutiamo. Non mi piace nulla di quello che ho visto fin’ora. Ma non si tratta di gusti.
Dicevo, il teatro è in crisi, crisi vera, crisi nera. Attenzione! Mica solo il teatro. È il mondo intero ad essere in crisi. Ovvio che il teatro, facendo parte del mondo, gli vada dietro. E come potrebbe essere altrimenti? Ecco perché bisogna contestualizzare la crisi del teatro all’interno di un contesto generale. In un mondo in cui si torna a parlare di autoritarismi e bombe atomiche, o dove i genitori prendono a cazzotti gli insegnanti dei figli se questi prendono un’insufficienza, un mondo dove maschi viriloidi gettano acido sui volti delle loro ex-fidanzate, dove la Sanità Pubblica è al collasso – un giorno vi racconterò cosa i miei occhi hanno veduto stamane quando sono andato a rinnovare la fornitura di ossigeno per mia madre – , un mondo dove Maria de Filippi istruisce ed arruola orde di adolescenti dalla lacrima assai facile per ragliare a pieni polmoni una miriade di canzonette tutte uguali, dove il glitteratissimo circo dei Talent Show tutte le sere sputtana mezza popolazione di aspiranti star complici anche e persino alcune Vecchie Glorie probabilmente ricattate dal mercato delle radio… continuo… un mondo dove la gente quando litiga per la strada estrae il coltello e ti manda al creatore… in un mondo così, al collasso – ma attenzione, collasso sempre generazionale, non definitivo! – in questo mondo noi ci stupiamo della crisi del teatro? Chiunque può pubblicare un libro e diventare per due giorni il nuovo Thomas Mann! Chiunque può postare una sua canzoncina su Instagram e diventare per due giorni la nuova Barbra Sreisand! Ogni giorno ci sono un centinaio di flashmob di gente che balla (a Time Square o davanti al Taj mahal in India) e per dieci minuti buoni queste persone diventano i nuovi Nureyev… E noi veramente ci stupiamo ancora di quelle cagate che vediamo a teatro? Perché di cagate ahimé si tratta. Ma siamo scemi?
Le differenze sono andate completamente a puttane. E le differenze ci parlano di spirito critico, di gerarchie, di senso della logica. Le differenze non sono repressive del carattere di ciascuno. Ma la realtà è la realtà, diamine! E se uno la nega non sta affatto combattendo contro una presunta tirannia in nome della giustizia o della parità. No! Sta affermando un falso! Sta depauperando il cervello, il proprio e quello degli altri. Un ragazzino nato, cresciuto e allevato nel Bronx milanese, o nel Bronx calabrese, se ha la voce che vibra vale quanto Mina. Ma Mina non è Mina solo perché ha la voce che vibra. L’opinione personale è diventata cultura, peggio, sapienza. Il libero arbitrio è totalmente sfuggito di mano. Anni fa ho letto su Wikipedia, tempio dell’ignoranza democratica globalizzata mondiale, che Mercuzio è segretamente innamorato di Romeo. Ma di cosa stiamo parlando?
Nei locali dell’ormai ex-teatro Eliseo a Roma c’hanno messo – pardon, “installato” – un’altra pallosissima mostra multimediale della Disney. Per non parlare della tv! Due miliardi di nuove serie tv ogni giorno. Una vera e propria cacarella creativa. “Il diavolo veste Prada 2”, “Biancaneve 2”, “Pretty Woman 2”… A quando “La Bibbia 2”? Le star di Hollywood, nascoste una volta da un certo mito, da un’elegante distanza, oggi te le trovi sul cesso, sempre su Instagram, o che fanno a gara di rutti, che fanno la spesa, che escono in mutande sul balcone. E voi mi parlate di crisi del teatro?! È il Nulla assoluto. E il teatro, essendo “specchio” della realtà, riflette appunto questo Nulla. Mi correggo: non è il Nulla. È il nulla rispetto a ciò che è stato fin’ora. È la fine del vecchio. Il vecchio sta morendo, e ancora non c’è nulla di nuovo, di veramente nuovo, all’orizzonte. Basta, punto, amen. Verrà, prima o poi. Per forza.
Per quanto riguarda il teatro, secondo me, la si dovrebbe smettere con il cosiddetto teatro per gli addetti ai lavori, cioè quegli spettacoli dove solo gli amici degli attori e del regista ci capiscono qualcosa. Il teatro si fa per tutti, per i colti e per gli ignoranti che hanno diritto pure loro di esistere (perché magari non è sempre colpa loro se sono ignoranti), e se scelgono di andare a teatro una sera a vedere, che ne so, una tragedia di Shakespeare (parlo del campo mio) hanno il sacrosanto diritto di capire almeno la trama. Se poi i teatranti ci volessero infilare anche qualche riflessione un po’ più profonda ben venga, ma almeno facciano capire a questi poveri ignoranti la storia. Prima si fanno le elementari e poi si va all’università. Il concetto è lo stesso. Oppure, bisognerebbe fare un’operazione artistica talmente diversa e potente. Ma qui ci vogliono gli artisti veri, non basta credersi artisti. E come fai a dire ad uno che si sente un artista, ma artista non è, che non è un artista? Difficile. Bisognerebbe essere onesti. La vedo male.
Sull’altra sponda, dove campeggiano quelli che di arte non ne fanno manco un briciolo e puntano invece solo al bieco intrattenimento, ecco, per loro vale il contrario. Magari sforzatevi un pochino di più, che sforzarsi è pure bello, a volte, ti attiva le endorfine. E parlo anche di sforzo da parte del pubblico. Ma, appunto, temo che un pubblico desideroso di fare l’aperitivo tutte le sere, se poi gli chiedi di star seduto dritto in poltrona, magari anche leggermente proteso in avanti, psicologicamente ed emotivamente disposto ad uscire da sé stesso perché lo spettacolo non gli verrà lanciato addosso come una chilata di omogeneizzato già spappolato pronto ad essere ingoiato, digerito e ricagato, ecco, non so come questa tipologia di pubblico potrebbe prenderla. Boh. Personalmente io al pubblico c’ho sempre creduto e mi rifiuto categoricamente di abbracciare l’odierna cinica filosofia che vuole che si dia al pubblico ciò che chiede, presumendo che ciò che chiede sia la merda. Non sopporto i teatranti che si auto-eleggono educatori civili di un popolo. Ma manco quelli che furbescamente abbassano l’asticella solo perché così pescano più pesci. Innanzi tutto i teatranti non dovrebbero fare politica. E dovrebbero smetterla di sentirsi superiori solo perché c’hanno un paio di Selfie con un vecchio regista allora famoso e ormai morto. Non siete Gesù, e manco Marx! Sono assolutamente contrario al teatro obbligatorio nelle scuole. Col teatro si possono fare danni enormi. Ai giovani e al teatro stesso. Ci mancano solo un altro paia di migliaia di aspiranti attori! Tanto ce ne sono pochi, tanto ne sfornano pochi le scuole di teatro.
E smettete di prendervi tutti così sul serio, che avete rotto le palle. Prendetevi un po’ meno sul serio (che i lavori importanti sono altri: i chirurghi, gli insegnati, gli infermieri, i panettieri, i medici-volontari…), e prendete un po’ più seriamente il vostro mestiere. Studiate di più, riflettete di più, tacete di più (che se anche non producete uno spettacolo all’anno non muore nessuno) e soprattutto… soprattutto…. Al prossimo che dice in un’intervista che sul set si sono tanto divertiti e che è come una grande famiglia, io je meno. Mi alzo dalla poltrona, anzi dal divano, vi cerco, vi trovo e poi ve meno.
EP
















